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Margherita di Savoia e la libertà trovata sulle montagne

Dopo che, il 29 luglio 1900, l’anarchico Gaetano Bresci assassinò a Monza il marito re Umberto I con tre colpi a polmoni, costato, e cuore, Margherita si assicurò che la pallottola fatale, insieme agli abiti insanguinati, fosse conservata in un cofanetto disegnato dall’architetto Achille Majnoni. Lo stesso che per anni si era occupato delle dimore reali e della ristrutturazione degli interni della villa Reale di Monza, e che da lì a pochi anni avrebbe realizzato a Gressoney Saint Jean, poco distante dal famoso Castel Savoia, villa Albertini. È un dettaglio curioso, ma non di poco conto. “Il più gran delitto del secolo”, come lo definì lei stessa, sugella il passaggio tra le “due vite” della prima regina d’Italia, inizialmente impegnata nel nobilitare, utilizzando in primis la propria immagine sapientemente divulgata con stampe e cartoline, la giovane monarchia; poi, da regina madre alleggerita dai vincoli degli impegni ufficiali, libera di dedicarsi alle sue passioni. Come viaggiare in Norvegia, Bretagna, Olanda e Germania, e guidare le sue auto. Ne collezionerà decine, Itala, Fiat, Rapid, Talbot, ciascuna per le diverse occasioni, ma tutte tenute in garage tirati a lucido.

Non che la missione della sua vita, occuparsi della Corona, fosse venuta meno, solo, assunta una nuova posizione in quell’impresa istituzionale che è una monarchia, si adeguò alle nuove mansioni. Da regina d’Italia, Margherita vestì, letteralmente, il ruolo della first lady, passando sopra alle diverse e risapute relazioni del marito; da regina madre, sempre in osservanza all’etichetta dinastica, non interferì mai con le decisioni del figlio. Una scaltra professionista, diremmo oggi, meticolosa e perfezionista, tanto da adottare una ferrea disciplina anche nello studio e nelle letture scientifiche, desiderosa com’era di colmare le lacune della sua istruzione, poiché, diceva: “Bisogna progredire sempre”. Dalla figura di Margherita, di educazione cattolica e data in sposa a suo cugino, non ci si può aspettare del resto un lascito rivoluzionario. Lei stessa, in un’intervista del 1906 al New York Times, come ben documenta il libro di Luciano Regolo Margherita di Savoia. I segreti di una Regina (Ed. Ares), dichiarò che il primo dovere delle donne era la maternità, definendo stravaganti le teorie sull’emancipazione femminile. Eppure, Margherita, a cui il Palazzo Madama di Torino dedicherà, dopo ripetuti rinvii causa pandemia, una grande mostra dal 13 ottobre al 30 gennaio 2023, fu a suo modo una precorritrice dei tempi. Tanto che si parla, per lei, di influencer ante litteram, di “margheritismo”: un fenomeno di costume o suggestione collettiva, che ha investì la cultura popolare come quella delle élite (Ritratto di Margherita di Savoia, 1870, di Giuseppe Bertini. Tra le opere esposte alla mostra di Palazzo Madama).

Cuochi e pasticceri che facevano a gara a dedicarle ricette: arcinota l’omonima torta, ma anche il senese Enrico Righi creò il panforte Margherita, sostituendo il pepe con la vaniglia e aggiungendo canditi di cedro e zucca. E mentre le Saline di Barletta, in Puglia, divennero in suo onore di Margherita di Savoia, Giosué Carducci le dedicò l’Ode alla regina d’Italia, versi che procurarono al poeta, repubblicano, anche qualche critica, ma che lui stesso difese, spalleggiato da una regina promotrice di salotti letterari che ospitavano D’Annunzio, Fogazzaro, Pascoli, e che definiva la sua poesia “la più alta espressione dell’Italia Risorta”. Anche nella veste di protettrice dei lavori femminili (ne inaugurò a Firenze nel 1871 la prima esposizione nazionale), instancabile benefattrice presso le classi umili, dai bambini ai non vedenti, Margherita finì con il costituire un modello a cui ispirarsi, emulato dalle aristocratiche del tempo, che cominciarono così a ricavarsi nella beneficenza un ruolo sociale.

Olio su tela di Demetrio Cosola, Gressoney La Trinité, 1893. Tra le opere esposte a Palazzo Madama di Torino

La “vera” Margherita però, era altrove. Si legge, sempre nella biografia di Regolo, che ad Alessandro Guiccioli, diplomatico e sindaco di Roma, fu lei stessa a dire: “Mi occorre un mese di libertà, poi gli altri undici faccio tutto quello che vogliono gli altri”. E per libertà, Margherita intendeva montagna. Durante il suo soggiorno a Courmayeur aveva cominciato “a salire”, in parte a dorso di mulo e in parte a piedi, al Mont de La Saxe (2348 m), al Col de la Seigne (2516 m), al Crammont (2736 m), al Colle del Gigante (3387 m). Ore e ore di cammino, notti in rifugio insieme alle guide (ma senza dormire per rispetto dell’etichetta), ristori all’aperto a base di polenta. «In un momento in cui l’ambiente montano era riservato agli uomini, Margherita di Savoia fu una pioniera dell’alpinismo femminile. Le sue imprese furono raccontate da riviste italiane e straniere, tanto da essere nominata presidente onorario del gruppo femminile del Club Alpino inglese», dice Viviana Maria Vallet, responsabile del dipartimento Beni storico-artistici della Regione Valle d’Aosta, e autrice del saggio Margherita di Savoia e la Valle d’Aosta: la passione per la montagna della prima Reine Alpiniste, nel catalogo edito da Marsilio per la mostra torinese. In Valle d’Aosta, del resto, la regina volle la sua residenza personale, Castel Savoia (sotto un’immagine).

Privatissimo rifugio (il marito risiedeva in quello di Sarre) costruito “su misura”, tanto che l’architetto Emilio Stramucci ne fece un modellino da portare a Roma per assicurarsi che rispondesse ai desideri della regina, a cominciare dalla vista sulle amate montagne. E, in effetti, da questa piccola collina si può vedere il bacino verde di Gressoney-Saint-Jean, fino ai ghiacciai del Lyskamm e il Monte Rosa. Una recente ricerca archivistica ha potuto stabilire anche le spese sostenute nei vari anni: oltre un milione e 500 mila lire. Una cifra notevole e che conferma una mai celata passione per lo shopping. «Margherita amava circondarsi di molti oggetti, e così erano le sue case: opulente. Sulla base delle foto dell’archivio della famiglia Curta Guindani siamo riusciti a ricollocare in modo corretto gli arredi rimasti, riconoscere e recuperare due librerie vendute a privati, far rifare, risalendo ai fornitori della Real Casa, parte degli apparati tessili, e ovviamente ripristinare l’ingresso principale», spiega Vallet. Così che anche quelle stanze (al secondo piano, ora ci sono le foto d’epoca che raccontano le varie fasi della costruzione), possano dire di una donna che di quella valle si era innamorata grazie al barone Luigi Beck-Peccoz, compagno di ascese memorabili (una su tutte quella a Punta Gnifetti, a 4554 del Monte Rosa e dove oggi si trova la capanna Margherita), e sulla cui relazione si accesero non pochi pettegolezzi. Eppure, ancora oggi, tutto è avvolto nel massimo riserbo. Non ci son documenti, lettere, racconti. Lei tornerà nel suo “rifugio” anche dopo la caduta, durante una traversata da Gressoney a Zermatt, di Peccoz sul ghiacciaio del Grenz. Quasi a ribadire che il suo angolo di libertà, era comunque salvo.

Nella foto di apertura la famosa immagine dell’ascensione della regina Margherita con il suo seguito alla punta Gnifetti sul Monte Rosa, tratta dalla copertina del volume Vittorio Sella Mountain Photographs.

Versione aggiornata dell’articolo già pubblicato su iODonna sabato 12 aprile 2022.

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Manuela Mimosa Ravasio è una giornalista professionista con una formazione da architetto. Ha lavorato per anni come caporedattore scrivendo di tendenze e lifestyle in riviste di turismo, cultura e attualità. Oggi svolge la sua attività da libera professionista offrendo anche consulenze in comunicazione, progettazione di contenuti e formazione per strategie narrative e turismo.

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