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Il futuro delle lane italiane

Basterebbe guardarle dopo che sono state tosate. Saltano dalla contentezza. Sprizzano felicità, finalmente libere da quel vello ingombrante. Ed è vero. Perché la tosatura è fondamentale per il benessere delle pecore. Lasciarle ricoperte di lana è un pericolo per la loro salute e persino per la nostra. Eppure, da tempo la lana è diventata un problema per gli allevatori. Ché costa più togliergliela, e poi smaltirla, di quanto si ricavi a venderla. Così negli anni la lana delle pecore italiane è finita nei sacchi, mescolata a bottiglie di plastica e scarti, a volte ammassata nei fienili o bruciata di nascosto. «Il fatto è che le nostre lane hanno una fibra molto spessa che conferisce loro una mano secca e poco appetibile per il mercato attuale» spiega la presidente dell’Agenzia Lane d’Italia Patrizia Maggia. «Fino agli anni Settanta e Ottanta, l’abbiamo utilizzata per fare tappeti, materassi, poi nulla. Anzi, per regolamento europeo, è diventata un sottoprodotto animale, un rifiuto speciale di classe 3. Tredici milioni di kg di lana sucida prodotti ogni anno da otto milioni ovini, il 40 per cento in Sardegna, che rischia di essere semplicemente scarto, quando invece si tratta di una materia prima straordinaria». E c’è, da pochi mesi, una petizione lanciata su Change.org con il Manifesto delle Lane Autoctone che, oltre a sensibilizzare sullo “stato” di salute della lana italiana, vuole ricostruirne la filiera valorizzandola in tutti i settori in cui è si può impiegare, dal tessile all’edilizia. Il nome che si sono scelte le promotrici (GAL Barigadu Guilcer, Valle Seriana e dei Laghi Bergamaschi e Quattro Parchi Lecco Brianza, Agenzia Lane d’Italia e CNR) per questo progetto non lascia dubbi: Tramando, s’innova.

Ricostruire filiere e ricordi

È ritessendo le trame di una filiera che va dalla lana alla matassa, che si può infatti fare innovazione. Lo ha fatto una delle prime lanaiole d’Italia, Valeria Gallese. Arrivata sul Gran Sasso per studiare le tante lane del Parco – dove ne ha riconosciute 16 categorie diverse -, c’è rimasta, e ora ha la sua bottega di lane dell’Appennino, Aquilana, a Santo Stefano di Sessanio. «Sono a 1250 m. slm, da me si può venire solo a piedi, scarpinando, eppure tutto quello che produco lo vendo, anche online. Ho iniziato raccogliendo 50 kg di lana dalle pecore di famiglia, e nel 2021 sono arrivata a 8mila, coinvolgendo i pastori che fanno la transumanza tra Abruzzo, Molise e Puglia. Ricordo che all’inizio la mettevano alla rinfusa in grandi sacchi, ora me la consegnano imballata: segno che hanno capito che non è un rifiuto, ma un’opportunità. Per me, e per loro, visto che aspettano la vendita per pagare l’affido pascolo». Ed è segno di una sensibilità crescente nonostante criticità concrete: un solo lavaggio in tutto il territorio nazionale, a Biella, poche filande, e la mancanza totale di centri di raccolta. Annalisa De Luca, Eva Basile e Claudia Colmar, organizzatrici della Scuola Estiva di Lavorazione delle Lane Locali, hanno così deciso di raccogliere nel sito lanaiole.weebly.com le tante iniziative intorno alla valorizzazione della lana italiana e alla sua filiera. Le hanno divise regione per regione, e sono sempre di più.

Vita da pecora

Ma raccogliere la lana significa anche tutelare le razze a rischio estinzione. Come la pecora Ciuta della Valtellina, la Bergamasca in Val Camonica, la Rosset in Valgrisenche. Qui, in una delle zone più integre della Valle d’Aosta, quattro donne, Luana Usel, Emy Maguet, Aslik Aloyan e Caroline Houal, che corrispondono al nome di Les Tisserands, oltre alla lana delle pecore montane hanno recuperato l’antica tessitura del drap, il tessuto tipico della valle, e attivato collaborazioni con giovani artigiani come il pellettiere Nicolas Mazzali di Saint Pierre, o Laura Cortinovis che ha ripreso pratiche tintorie italiane diffuse prima dell’industrializzazione. In Veneto, a occuparsi della lana della pecora Brogna, presidio Slow Food, c’è Cristina Ferrarini con la sua Lana al Pascolo. «Ho un piccolo gregge di 30 fattrici, ma raccolgo anche la lana degli allevatori del presidio. 30 quintali di lana sucida l’anno: è una quantità utile a una piccola produzione artigianale, ma risolve un grande problema di smaltimento e stoccaggio. Non è detto poi che non si possano inventare filati nuovi: io l’ho fatto mescolando la lana Brogna con quella dei miei alpaca e la seta, ed è nato un filato esclusivo, il BAS. L’importante che l’intera filiera sia tracciabile». Tracciabile e rispettosa degli animali. La maggior parte delle lanaiole richiede che la tosatura venga fatta a mano, senza legare le pecore, ma alla maniera tradizionale, quasi abbracciandole. Benedetta Morucci (nella foto) di LaMantera, dal nome della mantelle utilizzate dai pastori abruzzesi, l’ha scritto persino sul suo progetto sostenuto inizialmente dalla Fondazione Garrone. «Io stessa partecipo alla tosatura, e a mano faccio anche la selezione, separando le lane delle pecore Sopravissana o Gentile di Puglia. Ho sempre avuto l’ambizione di riportare le lane italiane nel settore industriale, e oggi posso dire di aver ricostituito tutta la filiera, dalla raccolta della lana alla filatura, ed essere pronta con la prima linea di piccola maglieria e naturalmente con la cappa del pastore».

L’altra faccia della lana

Non in solo filato però si trasforma la lana. Ilary Bottini, che dal suo account IG ha fatto diventare social la lana autoctona, nel 2019 ha smesso di fare la manager per dedicarsi alla tessitura di arazzi su telai verticali usando le durissime lane di pecora Sarda filate nell’unica filanda, la Tessile Crabolu, rimasta. Dai falegnami del lago Maggiore si fa realizzare invece piccoli telai da 30 cm per 20 per organizzare workshop e insegnare l’arte del telaio a mano, anche se l’importante dice, è mostrare che anche da una materia prima mortificata può nascere un’idea anche lontana dal suo aspetto originale. Ci sono aziende come la sarda Brebey che la usano per produrre elementi per la bioedilizia, altre come la start up pugliese Hackustica che ne fanno rivestimenti fonoassorbenti. Chiara Spigarelli (nella foto), agronoma, proprio in questi giorni, dopo le prove sperimentali all’Università di Udine, sta lanciando il suo pellet di lana di pecore, un concime azotato che può essere utilizzato su qualsiasi pianta. «La fibra di lana contiene lanolina, una proteina con azoto, che viene rilasciata in modo graduale quando piove. Ed è anche una materia igroscopica, capace cioè di mantenere il terreno umido. Io la raccolgo dai pastori friulani e, utilizzando anche la materia organica, risolvo anche il problema del lavaggio. Tutto viene trasformato in concime», dice. «Ed è bello, perché alla fine, restituisco agli allevatori, sotto un’altra forma, quello che loro mi hanno dato. Se non è economia circolare questa…».

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Manuela Mimosa Ravasio è una giornalista professionista con una formazione da architetto. Ha lavorato per anni come caporedattore scrivendo di tendenze e lifestyle in riviste di turismo, cultura e attualità. Oggi svolge la sua attività da libera professionista offrendo anche consulenze in comunicazione, progettazione di contenuti e formazione per strategie narrative e turismo.

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