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Margherita di Savoia e la libertà trovata sulle montagne

Dopo che, il 29 luglio 1900, l’anarchico Gaetano Bresci assassinò a Monza il marito re Umberto I con tre colpi a polmoni, costato, e cuore, Margherita si assicurò che la pallottola fatale, insieme agli abiti insanguinati, fosse conservata in un cofanetto disegnato dall’architetto Achille Majnoni. Lo stesso che per anni si era occupato delle dimore reali e della ristrutturazione degli interni della villa Reale di Monza, e che da lì a pochi anni avrebbe realizzato a Gressoney Saint Jean, poco distante dal famoso Castel Savoia, villa Albertini. È un dettaglio curioso, ma non di poco conto. “Il più gran delitto del secolo”, come lo definì lei stessa, sugella il passaggio tra le “due vite” della prima regina d’Italia, inizialmente impegnata nel nobilitare, utilizzando in primis la propria immagine sapientemente divulgata con stampe e cartoline, la giovane monarchia; poi, da regina madre alleggerita dai vincoli degli impegni ufficiali, libera di dedicarsi alle sue passioni. Come viaggiare in Norvegia, Bretagna, Olanda e Germania, e guidare le sue auto. Ne collezionerà decine, Itala, Fiat, Rapid, Talbot, ciascuna per …

Quel filo di lana che unisce la Valgrisenche

Trama e ordito. Telaio e spole. Tessere la lana è un gesto simbolico che mette radici nell’antichità e nei nostri miti. Per lo più arte femminile, a volte associata all’inganno, ma anche al lento fluire del tempo, e dei tanti destini. In Valgrisenche, le pays des tisserands, la lana si tesse con uno speciale telaio a quattro licci dal 1700. Se ne trova ancora qualcuno nelle case più vecchie, anche se non più nelle stalle, l’ambiente più caldo e umido dove un tempo era sistemato, mentre altri nove, sempre in legno e conformi agli originali, sono nel laboratorio di Les Tisserands, una cooperativa di quattro donne, Luana Usel, Emy Maguet, Aloyanne Aslik e Caroline Houal, che mantiene viva l’antica tessitura del DRAP della Valgrisenche. «Un tempo erano gli uomini a premere i quattro pedali, spingere il pettine e far andare il telaio. Le donne in vero si occupavano della lavatura, filatura e tintura, compiti meno pesanti» dice Luana. «Oggi siamo noi che tessiamo secondo la tecnica tradizionale, offrendo anche tessuti più moderni, magari più morbidi …

Per fare un monte ci vuole un libro. Parola di Marco e Filippo

Per fare un monte ci vuole un libro. Se si dovesse scegliere uno slogan per descrivere quello che hanno messo in moto Marco Tosi e Filippo Terzi con il loro Mercato del Libro in Montagna organizzato all’Alpe Colle del monte Spalavera, sarebbe questo. Ma come tutti gli slogan, anche questo sarebbe riduttivo, e non descriverebbe quella che Tosi chiama la “transumanza di libri”. E pensare che la loro storia è ormai “una delle tante”, ché quante volte si parla di giovani che “tornano” alle montagne, che si chiedono perché devono andare via, loro, da una terra che attrae sempre più stranieri e turisti, e che alla fine ci provano ad avviare attività virtuose capaci di fungere da generatori di territori. La seconda vita dei libri. E dei monti. «Io e Filippo ci conosciamo fin da quando eravamo piccoli», dice Tosi. «Dopo l’università e una laurea in Letteratura Ispano-americana anche lui era tornato a Verbania e si era messo a svuotare cantine da vecchi libri e organizzare una bancarella. Io gli ho proposto di utilizzare una …

Rifugi: ecco le sentinelle del clima

Abbiamo ancora negli occhi quelle immagini. Una torre di ghiaccio che si sgretola, una montagna che precipita insieme alla sua memoria, alle nostre certezze. Il crollo della Marmolada ci ha ricordato, se ancora ce n’era bisogno, l’urgenza della questione climatica, perché quello che succede lassù è né più né meno che un avvertimento. «Il ghiacciaio è una vera sentinella del cambiamento climatico», dice Cristian Ferrari, presidente della Commissione glaciologica della SAT. «Chi vive l’alta quota ne vede per primo gli effetti, e assiste, anno dopo anno, alla montagna che si modifica. Il ghiacciaio della Marmolada a fine Ottocento occupava 700 ettari, oggi, 150: una riduzione che dal 2000 ha avuto un’accelerazione preoccupante dovuta a quello che si definisce forzante antropica. In poche parole: siamo noi». Siamo noi che forse per troppo tempo abbiamo considerato le montagna (e la Terra tutta) una zona di conquista, un parco giochi dove mettere in scena imprese muscolari, quando invece dovrebbero essere, lo scriveva già John Ruskin, “cattedrali della Terra”, e maestre di vita. Lezioni montanare CAI e CNR, per …

Le custodi delle erbe

Dici erbe e pensi a Ildegarda di Bingen. Mistica, badessa benedettina e prima erborista, le catalogò con annessi rimedi nel famoso Herbora Sempliciorum. Chiusa in un convento dall’età di otto anni, imparò così tanto su quel mondo vegetale che Papa Benedetto XVI si convinse a dichiararla Dottore della Chiesa, ma solo nel 2012. La sua era la medicina naturale dell’anno Mille, ma soprattutto era la ricerca di una corrispondenza armonica tra Madre Natura ed essere umano. Il giardino dei semplici, così come erano chiamate le varietà di erbe officinali, è sempre stato, d’altra parte, un orto di piante e, insieme, il simbolo del Paradiso. E c’è qualcosa di arcano nelle proprietà delle erbe. Usciti dalle mura del convento, le donne che le raccoglievano erano chiamate “guaritrici”. Una sapienza antica che continua ad appassionare i contemporanei se ogni anno in Italia si producono quattro mila tonnellate di piante officinali in oltre 7.300 mila ettari (dati FIPPO), mentre sono, secondo Coldiretti, quasi otto milioni coloro che le usano per il benessere fisico e mentale. «Il medioevo ci racconta …

Professione: Vivere in rifugio

L’anno scorso hanno messo in vendita il Rifugio Sogno di Berdzé nella valle dell’Urtier. Con un po’ di amici si scherzava sulla possibilità di prenderlo per abbandonarsi in una valle a cui per altro si accede in auto (per chi riesce) solo due volte l’anno e con orari rigorosissimi. Era una boutade, appunto, perché decidere di vivere in rifugio, anche solo per otto mesi l’anno, ad alta quota, è una scelta estrema. Scelta che ha fatto, per esempio, Romina Huber del rifugio Passo Santner (al Catinaccio), “ospite” in una delle prime versioni di Migrazioni Verticali su ClubHouse, e che dopo aver lavorato come stilista da Etro, ha deciso con il suo fidanzato di trasferirsi a 2800 m per vivere in rifugio cinque mesi l’anno. Da diversi anni la Fondazione Dolomiti UNESCO accompagna i 66 gestori di rifugio che all’interno dell’area del Patrimonio Mondiale in un percorso di formazione, ascolto e collaborazione. La frequentazione della montagna ha subito in questi ultimi anni cambiamenti qualitativi e quantitativi e gli stessi gestori hanno iniziato a riflettere sulla necessità di …

I volti di Cogne ritratti da Barbara Tutino

È una mattina limpida quella che mi accoglie nella casa della pittrice Barbara Tutino. I camosci sono scesi a valle, li vedo aggirarsi giusto a bordo del bosco, faccio un video da postare su Instagram, poi mi volto e vedo il sentiero che porta al rifugio Sella sgombro. È una notizia. Siamo in quel periodo dell’anno in cui tutto si quieta, restano luce e silenzio e, dietro la palizzata di legno, una splendida vista sul massiccio del Gran Paradiso. Basterebbe questo, mi dico. Ma sono qui per altro. L’Associazione Musei di Cogne sta promuovendo un evento partecipato chiamato Artéatre – Portraits, che consiste nella realizzazione di un ritratto a tutti gli abitanti della valle di Cogne residenti in quest’anno, con lo scopo di farne un’installazione entro l’estate del 2023 (data da definite). L’idea l’ha avuta lei, Barbara Tutino, che si definisce, con non celata soddisfazione, “la pittrice del paese”. «Posso dire di avere realizzato la mia ambizione personale: essere, non l’artista lontana chiusa nella sua torre d’avorio, ma la “pittrice del paese”, a cui gli …

Le Terre del Monviso di Lucio Rossi

Il sogno di Saluzzo e delle Terre del Monviso Capitale della Cultura era già svanito a gennaio, e oggi che il Ministro Dario Franceschini ci fa sapere tramite tweet che la Capitale della Cultura Italiana 2024 sarà Pesaro, la storia si chiude del tutto. Eppure, quel che è stato fatto in nome della candidatura di Saluzzo e del Monviso qualche seme lo ha lasciato. Come ha dichiarato Paolo Verri, direttore pro bono Saluzzo Monviso, all’ANSA: «Avevamo una promessa ben più grande: fare il dossier insieme alla comunità, per la comunità e restituirlo alla comunità … È stata una cavalcata bellissima, nonostante le tante difficoltà riscontrate in un anno fortemente segnato dalla pandemia. Il dossier è il risultato di questo immenso lavoro e noi ne siamo davvero orgogliosi“. Ne siamo certi. E per averne conferma basta forse vedere il racconto per immagini di queste terre del fotografo parmense Lucio Rossi che fino al 18 aprile sarà esposto nella mostra Istantanee. Storie di terre e comunità del Monviso ospitata all’ex Caserma Musso, ora Il Quartiere  – casa della Partecipazione, di …

Montagna in quota… rosa

Scriveva Antonia Pozzi, che “la montagna è la prima che ci insegna a durare, nonostante gli squarci e gli strazi” (L’Antonia. Poesie, lettere e fotografie di Antonia Pozzi scelte e raccontate da Paolo Cognetti, Ponte alle Grazie). Lei che si era presa la “malattia del Cervino”, che faceva 1800 metri di dislivello solo “con gli occhi per guardare e i muscoli per camminare”, e che sciava anche “in salita”, visto che ai tempi le funivie erano solo sulla carta. Basterebbe leggere i suoi scritti per capire che la storia che “donne e montagna” non vanno d’accordo è solo l’ennesima ricostruzione ad alto tasso di testosterone. Quello che è certo, è che le attrezzature per l’alpinismo, piccozze, ramponi, o moschettoni, sono studiate per un corpo maschile. Noi adattiamo le impugnature delle piccozze con dei tape e usiamo ramponi accorciabili. È un mercato piccolo, dicono, ed è difficile fare investimenti. Anche le prime MTB specificatamente disegnate per il corpo delle donne risalgono a pochi anni fa. Dopo di che, il fenomeno è esploso… Ma sono anche altri numeri …

Quelle che… rianimano l’Italia dimenticata

Chissà dove sono finiti i “neet”. Gli sdraiati, gli scansafatiche, gli inconcludenti. Facendo due chiacchere con le ragazze che hanno deciso di dare nuova vita a campagne semi abbandonate, paesini di pochi abitanti, valli montane, verde urbano dimenticato, non se ne trova traccia. È rimasta solo quella capacità di innovazione che alcuni neuroscienziati dicono naturalmente insita nel loro cervello fresco di modellazione. Ma non è un caso: le lauree in economia dello sviluppo, comunicazione interculturale, progettazione di bandi europei, architettura con master in rigenerazione urbana o culturale, parlano da sole. Come le trasferte all’estero per tirocini, scambi, specializzazioni. Tornate, si sono messe in gioco per creare le condizioni che permettessero a loro, e ai loro coetanei, di restare. D’altra parte, i dati dicono che il 64 per cento dei giovani resterebbe in queste aree marginali se ne avesse la possibilità, e il 93 collaborerebbe volentieri con le amministrazioni. È pur vero che tanto di parla di Strategia Nazionale per le Aree Interne, di un Cantiere Giovani, che persino il Recovery Plan dedica capitoli alla tutela …